VINAYA è il termine pali per disciplina monastica buddista, e si riferisce più specificamente alle regole di tirocinio contenute nel Vinaya Pitaka (letter.: «Canestro di Disciplina»). Vinaya letteralmente significa «ciò che rimuove, abolisce, o toglie; cioè Vinaya è una guida per il retto comportamento, che porta all’eliminazione o alla rimozione di azioni negative, riguardanti il corpo, la parola e la mente. Il cuore del Vinaya Pitaka è il Patimokkha, le 227 regole di tirocinio, che vengono recitate ogni 15 giorni di fronte al Sangha comunitario (l'ordine dei monaci).
Contiene anche dettagliate istruzioni riguardo a tutti gli aspetti della vita, sia comunitaria sia individuale, che vanno dalle indicazioni sulla salute e sull’igiene, alle procedure riguardanti i requisiti che si devono avere e i tipi di rapporti permessi, fino ai metodi per amministrare gli affari del Sangha (per esempio, le ordinazioni) e così via.
Si può quindi dire che il Vinaya rappresenti una struttura completa entro cui vivere una vita armoniosa e saggia, tanto sociale quanto individuale. Praticando il Vinaya, si possono scoprire e portare nella sfera di una saggia riflessione tutti quegli aspetti poco importanti e vani della vita quotidiana.
Il Vinaya Pitaka viene generalmente considerato dagli studiosi una delle parti più antiche del Canone Pali e fra tutti i testi giunti fino a noi è quello che ha subíto meno alterazioni tra le varie sette buddhiste. Si può comprendere l’importanza che il Buddha attribuì al Vinaya dal fatto che spesso Egli si riferì al Suo insegnamento come al Dhamma-Vinaya («dottrina e disciplina»). Infatti ogni dubbio circa la corretta interpretazione degli insegnamenti viene confrontato sia con il Dhamma sia con il Vinaya. Si sottolinea così la grande importanza della mutua interdipendenza: Dhamma senza Vinaya non ha stabilità né possibilità di essere messo in pratica nella vita quotidiana, mentre Vinaya senza Dhamma scadrebbe nella mera applicazione di vuote regole e rituali. Affinché però il Vinaya sia di complemento al Dhamma bisogna intridere di consapevolezza e saggezza ogni aspetto della propria attività. La semplicità e la stabilità dello stile di vita facilita grandemente la pratica della meditazione di samatha (calma).
Con la meditazione Vipassana, poi, si coltiva sempre di più la necessità di incrementare la consapevolezza delle nostre azioni, interazioni e reazioni.
Durante i primi anni dell’insegnamento del Buddha non c’era la necessità di istituire un Vinaya, perché la maggior parte dei discepoli realizzava rapidamente il Dhamma ed era quindi naturalmente ben disciplinata. Inoltre, molti dei primi discepoli provenivano da antiche tradizioni religiose di alto valore morale. Solo più tardi, quando il Sangha crebbe in dimensioni e ricchezza e persone meno nobili vi entrarono, si sentì la necessità di redigere opportune regole di procedura per il beneficio del Sangha e dei laici. Leggendo i numerosi aneddoti che ci riportano all’istituzione delle varie regole, veniamo in contatto con tutta una gamma di interazioni umane.
Preso nel suo insieme, il Vinaya Pitaka rappresenta un’enciclopedia socio-psicologica praticamente di ogni possibile mutazione del comportamento umano, cui si contrappongono i saggi rimedi del Buddha e del Sangha.
Un approfondito studio di queste storie può rivelare l’intenzione di base sottesa a ogni regola, che stabilisce un precedente esemplare per trattare le situazioni che man mano si vanno creando. Quindi il Vinaya prese forma gradualmente, e del tutto pragmaticamente, man mano che sorgevano le situazioni e le circostanze che lo richiedevano. La sua forza nasce proprio dal poter offrire soluzioni flessibili a ogni situazione pratica, piuttosto che indicare uno standard di condotta ideale, troppo difficile da seguire, eccetto che in condizioni ideali, e che porterebbe così ad un inevitabile senso di colpa, al rimorso o alla repressione.
«Per dieci ragioni, o Upala, sono state stabilite le regole del tirocinio per i discepoli del Tathagata, ed è stato fissato il Patimokkha. E quali sono queste dieci ragioni?
«Per il benessere del Sangha;
«per la comodità del Sangha;
«per il controllo di persone instabili;
«per il conforto dei monaci che si comportano bene;
«per mettere un freno alle impurità della vita presente;
«per guardarsi dalle impurità che potrebbero sorgere in un vita futura;
«per il diletto di coloro che ancora non sono allietati (dal Dhamma);
«perché aumentino coloro che sono allietati (dal Dhamma);
«perché si stabilisca il vero Dhamma;
«per il beneficio del Vinaya»
(Anguttara-nikaya, V. 70)
La disciplina del Vinaya Pitaka si riferisce più specificamente ad eventi particolari del V secolo a.C. in India. Tuttavia, nella pratica quotidiana del Dhamma, il Vinaya ancor oggi ci fornisce riflessioni profondamente pratiche su importanti aspetti fuori dal tempo riguardanti azioni, parole e pensieri umani.
La funzione pratica del Vinaya non è la cieca aderenza alla lettera della legge, ma la riflessione sul suo significato intrinseco quando viene applicato alle nostre azioni, parole e pensieri. Come si adattano le nostre intenzioni a queste linee-guida? Queste regole, che atteggiamenti cercano di incoraggiare? Che cosa dobbiamo fare per suscitare questo atteggiamento? Sappiamo che la disciplina del Vinaya è stata creata con uno scopo o intento funzionale, che, a grandi linee, è quello di favorire le condizioni basilari per la pratica e la realizzazione del Dhamma ed essere poi l’effettiva espressione che veicola tale realizzazione.
Questa espressione prende forma, individualmente, come una restrizione basata sulla riflessione e, a livello di comunità, come un’attenta considerazione e rispetto per il benessere di tutti gli esseri e il progresso del Dhamma. Forse le più lontane origini della recitazione formale delle regole di tirocinio si possono far risalire all’Ovada Patimokkha recitato dal Buddha davanti al Sangha riunito:
« Il più eccellente di tutti gli esercizi spirituali
è la pazienza che sa tollerare molto;
il più eccellente tra i conseguimenti
i Buddha dicono che sia il Nibbana;
certamente non è un monaco itinerante
colui che offende il prossimo;
e nemmeno viene chiamato samana
colui che opprime gli altri.
Mai fare del male,
perfezionare un retto comportamento
purificare anche il proprio cuore,
questo è l’Insegnamento dei Buddha,
mai insultare o ferire alcuno,
ben guidati dal Patimokkha;
conoscere la moderazione nel cibo,
abitare in luoghi appartati, in solitudine,
intenti a raffinare la propria mente;
questo è il vero insegnamento dei Buddha.
(Dhammapada 183-5)
L’applicazione di queste prime affermazioni del Dhamma al campo delle situazioni umane, portò a una serie di utili chiarificazioni. Infine vennero stabilite 227 regole sotto il nome di Patimokkha; la trasgressione di quattro regole in particolare: rapporti sessuali, furto, uccisione e pretesa d’avere poteri sovrumani, fa perdere il diritto di far parte del Sangha; mentre per 13 regole si richiede che il monaco venga «isolato» all’interno della comunità per un periodo di «prova»; 30 regole poi richiedono la confisca di determinati oggetti e per le rimanenti basta un riconoscimento cosciente.
Queste regole sono generalmente linee-guida, che però sono fondamentali per uno sviluppo serio della spiritualità nella vita. Le quattro regole principali sono il fondamento del principio di rinuncia ad ogni indulgenza al piacere dei sensi, alle proprietà materiali, alla violenza e alla disonestà.
Molte regole sono solo precisazioni di questi principï applicati alle varie situazioni. L’impegno a rispettare questi principï ha rappresentato sempre la caratteristica di una risposta religiosa alla vita. L’impegno a seguire un’autentica disciplina religiosa è la chiave che apre la porta del nostro sé, ma è anche la chiave che apre la porta per uscire dal sé – poiché non seguiamo i nostri desideri egoistici.
Impegnarsi in una disciplina permette di seguire una direzione precisa, rappresenta un freno ai nostri conflitti ed è l’espressione della nostra saggezza. Ogni tipo di disciplina, e particolarmente la disciplina Vinaya agisce a vari livelli. Al livello più elementare, attenersi ad una disciplina crea un preciso limite di sicurezza, entro il quale poter agire, e questo limite ci tiene fuori dai guai, per lo meno inizialmente.
Rende più semplice e facile la vita, contrastando l’impatto sociale e i rimorsi personali. Sfortunatamente, per molta gente, è tutta qui l’importanza della disciplina, poiché considerano i mezzi come fini. Quando ci si attacca ad un certo tipo di disciplina, è vero che la nostra vita sembra più tranquilla, ma questa parvenza di pace può essere mantenuta solo a costo di reprimersi o di chiudersi in se stessi. Questo tipo di pace non è applicabile alle varie situazioni che si presentano, poiché dipende solo dall’allontanamento di ogni disturbo.
Per poter stare a proprio agio all’interno di questi limiti, senza repressioni o chiusure, dobbiamo liberarci dalle espressioni egoistiche; e una disciplina avanzata ci porta a mettere a nudo le pretese egoistiche, che devono quindi essere abbandonate per realizzare la verità. La disciplina Vinaya ci dà lo sfondo su cui possiamo vedere le vacillanti ombre delle nostre presuntuose auto-asserzioni, e ci fornisce un ragionevole e rispettabile limite entro il quale possiamo ritirarci e concentrarci a osservare le ossessive abitudini del corpo, della parola e della mente, che rappresentano i veicoli attraverso cui si mantiene e e si rafforza il proprio sé. Una volta che si sono potute osservare queste abitudini che rafforzano il sé, il Vinaya ci mostra la direzione che ci conduce, per mezzo di un retto comportamento, a interrompere, e poi eliminare, tutte quelle azioni del corpo, della parola e della mente dirette e centrate sul sé.
Se talvolta veniamo meno alle indicazioni del Vinaya — e solo noi possiamo determinarlo — dobbiamo essere abbastanza umili ed onesti da ammettere la nostra deviazione, e quindi seguire le procedure necessarie a ricordarci la mancanza. Seguire delle procedure non porta automaticamente a emendare la trasgressione: esse servono a ricordarci quanto accaduto e a riconoscere le nostre tendenze, per poter riaffermare le nostre intenzioni.
Per esempio, le trasgressioni alla maggior parte delle 227 regole del Patimokkha vanno soltanto riconosciute con consapevolezza davanti a un altro monaco. Il venir meno a queste regole non viene visto come qualcosa di immorale, ma piuttosto si pone l’attenzione su quell’atteggiamento sbadato, egoista e permissivo, che porta a una condotta scorretta, e questa, senza la consapevolezza, può portare a sua volta a complicazioni (come quando piccole bugie diventano vere e proprie menzogne) o, se ripetuta frequentemente, ad abitudini di auto-affermazione profondamente radicate. Dovendo essere perfettamente consci delle nostre azioni che devono seguire le indicazioni per realizzare un corretto comportamento, può essere penoso il rivelarle, ma certamente è anche molto efficace per mettere a fuoco i nostri gesti all’interno della sfera di causa ed effetto.
Le regole minori che riguardano l’etichetta e la postura hanno anch’esse grande valore in quanto, essendo così futili e correlate ad attività quotidiane molto semplici, quali mangiare, vestirsi, ecc. possono essere molto irritanti e uno si trova continuamente a confrontarsi con esse. Cominciamo quindi col guardare la nostra irritazione e l’impazienza («…che regole sciocche e pignole!»); poi osserviamo le nostre arroganti opinioni («… non è stato certo il Buddha a fare queste regole… Non mi sembrano per niente importanti!») e infine dobbiamo lasciar cadere le nostre ostinate abitudini fossilizzate per sostituirle con un nuovo ordine di idee che, perlomeno, è più raffinato e porta maggiore consapevolezza e chiarezza nelle azioni e nell’atteggiamento mentale che le produce».
La cosa principale, però, non è conformarsi a un nuovo ordine (anche se questo porta a una maggiore armonia sociale), ma mettere in moto un energico processo che, portando la consapevolezza e la chiarezza a testimoni delle nostre cieche abitudini, trascini tutti gli aspetti della vita nella luminosa sfera della meditazione. Le nostre vecchie abitudini probabilmente non sono immorali, ma sono certamente scorrette se il nostro sé le desidera ancora o vi è attaccato (altra sorgente di sofferenza!). Ma per la medesima ragione, anche l’attaccamento al nuovo ordine non ci fa progredire.
Il Vinaya non è basato su condotte ideali, ma ci riporta continuamente alle nostre vere intenzioni. In altre parole, non è questione di seguire semplicemente un codice etico, ma di riflettere sulle motivazioni e le influenze che stanno alla base di quel determinato comportamento. Avere un codice di disciplina fa venire alla luce l’abituale motivazione egoistica di molte azioni.
Nell’infrazione alle regole non bisogna vedere una colpa o una dannazione inerente, ma la maturazione di quegli inevitabili effetti che portano alla disarmonia e alla sofferenza.
Ma la sofferenza può essere trasformata in visione profonda e questo avviene intensificando il grado di consapevolezza. La disciplina è utile solo se vi ci vediamo riflessi, e solo continuando quindi a rendere sempre più matura la pratica del Dhamma, possiamo essere in grado di vedere noi stessi nei suoi vari aspetti.
In moltissimi casi, le regole verso cui avvertiamo più resistenze si riferiscono a settori in cui il sé è molto forte; per esempio, un monaco, amministrando i precetti ai laici, può osservare le loro particolari debolezze dal disagio con cui essi pronunciano certi precetti. Una persona infedele può impappinarsi nel ripetere il terzo precetto, o un ex alcolista può balbettare pronunziando il quinto! Certe regole acquistano un loro valore preponderante, proprio quando siamo in grado di osservare il disturbo che esse ci causano. Chi ne è disturbato? Come disse un giorno Achahn Chah: «Il problema non sta nel Vinaya, ma nelle nostre negatività!». Il Vinaya è solo una guida impersonale e i conflitti nascono dal nostro ego che vuole fare di testa sua. Solo controllando le nostre espressioni egoistiche potremo osservare il suolo su cui si nutrono e conoscere le loro insidie. Generalmente la gente pensa che essere liberi vuol dire non avere costrizioni, eppure proprio essi sono costretti dal desiderio di essere liberi da costrizioni. In effetti si spreca molta energia cercando di liberarsi dalle limitazioni delle convenzioni, non tenendo conto che la condizione umana è una condizione limitata per natura. Siamo limitati dal corpo e dalla mente; dalla vecchiaia, dalla malattia e dalla morte; siamo limitati dall'ignoranza e dall'egoismo, e così via. I nostri tentativi di raggiungere la libertà gettando le convenzioni si risolvono nello scambiare una convenzione per un’altra o nello scambiare una convenzione per una non-convenzione, che a sua volta è sempre e comunque una convenzione.
A molti di noi è stata imposta e conculcata una tale disciplina, nella semplicistica supposizione di farci del bene, che al solo nominare quella parola abbiamo spiacevoli reazioni di insofferenza. Il risultato opposto è un eccesso di indulgenza, una licenziosità incontrollata e il diritto ad un comportamento estremo e bizzarro. Molti psicologi stanno scoprendo che questi atteggiamenti stanno causando seri problemi a molta gente che altrimenti potrebbe ancora rispondere a un inerente senso di valori morali.
Va di moda criticare l’innata eredità morale della razza umana in nome di un ampliamento della libertà di coscienza. Alcune di queste benintenzionate opinioni possono riguardare la necessità di una risposta più matura alla disciplina, sorta dalla riflessione sugli scopi stessi di questa disciplina; ma i più prendono questo atteggiamento per un nuovo modello ( o un non-modello) di comportamento.
Così, invece di eliminare il nostro atteggiamento rigido verso la disciplina, finiamo per rigettare la disciplina stessa, a discapito della nostra stessa pace mentale e della serenità sociale.
Seguendo una disciplina, forse non saremo considerati gente affascinante, ma almeno saremo altamente degni di fede: non solo noi sapremo dove posiamo i piedi, ma anche la società intorno a noi lo saprà.
Questo è molto importante per arginare la diffusione di sospetti e di sfiducia che sta avvelenando il mondo di oggi. Il terreno più fertile per un fiorire spirituale è una confidenza limpida e una completa fiducia nella nostra guida spirituale. Confrontate ciò con la scia di disperazione e angoscia lasciata da bizzarri e opinabili comportamenti di certi «guru d’avanguardia» di oggi, che sono o troppo santi o troppo profani per conformarsi a decorosi standard di comportamento. Che esempio ci ha lasciato il Buddha?
La vera libertà spirituale sta nell’imparare ad essere in pace con le limitazioni. La «non-morte» è la totale pace con la morte; il «non-invecchiamento» vuol dire stare in pace con la vecchiaia; la libertà consiste nell’essere totalmente in pace con le limitazioni.
La disciplina Vinaya si basa sui principï di non attaccamento, non avversione, e non aggressione, che sono poi i principï a cui si volge naturalmente la nostra vita, man mano che la pratica del Dhamma si approfondisce. La disciplina è quindi la risposta naturale ad una comprensione illuminata.
Per loro stessa natura, tutte le convenzioni sono a doppio filo: contengono benefici e pericoli. La disciplina non fa eccezione. O la possiamo usare in modo corretto, come ci ha raccomandato il Buddha, o possiamo divenirne prigionieri, usarla per sentirci superiori agli altri, perdere tempo rimproverando, condannando o cercando di sfuggirla. La disciplina Vinaya è stata esposta per indicare una direzione a quegli esseri che sono disposti a realizzare la Verità e la Liberazione. Cercando di seguire questa direzione, dobbiamo lasciare indietro ogni attaccamento al sé per aprirci alla Verità: un comportamento disciplinato diventa allora la naturale espressione di tale realizzazione.
Ajahn Tiradhammo, canadese, è un discepolo anziano del venerabile Ajahn Chah, e dal 1988 abate del monastero Dhammapala a Kandersteg in Svizzera.